Leggere, ascoltare, chiedersi. Filosofia, mistica, musica, pittura...nello scorrere lento della notte.

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8-Lucija Garuta

4 𝑷𝒓𝒆𝒍𝒖𝒅𝒊 𝒑𝒆𝒓 𝒑𝒊𝒂𝒏𝒐𝒇𝒐𝒓𝒕𝒆 – 𝑫𝒊𝒆𝒗𝒔, 𝑻𝒂𝒗𝒂 𝒁𝒆𝒎𝒆 𝑫𝒆𝒈

Oggi con grande piacere vi presento una sorpresa. Ho sempre avuto una leggera sofferenza, come amante della musica classica, nel non avere mai incontrato una compositrice di vero spessore artistico. Esecutrici e interpreti si, soprattutto in queste ultime generazioni, ce ne sono state e ce ne sono. Ma come composizione, il panorama era esclusivamente maschile. E invece no. Invece oggi vi parlo di una fantastica compositrice. Sono 3 giorni che sto ascoltando la sua musica e devo dire che tanto sono impressionato dalla bellezza della sua arte quanto su di lei c’è poco o nulla su internet e sui negozi online. Che peccato!

Ma chi è Lucija Garuta? Garuta è una musicista lettone, nata nel 1902 nella Capitale Riga, della giovinezza sappiamo che studia al conservatorio della sua città natale per poi specializzarsi a Parigi, negli anni 30. Tornerà dopo qualche anno a Riga. Ricordiamo la Lettonia è sotto il regime Sovietico in quegli anni. Fu insegnante al conservatorio di Riga ed esponente di spicco nel panorama della classica lettone. Era un’ottima esecutrice e fece diverse tournée in Europa come pianista. Morì nel 1977 sempre a Riga. Purtroppo ebbe 2 fattori limitanti che ne minarono le sue capacità artistiche, soprattutto compositive: innanzitutto ebbe problemi di salute, tant’è che neanche 50enne dovette smettere di insegnare al conservatorio per curarsi; e in secondo luogo la sua musica subì la censura del partito comunista poiché ritenuta troppo sentimentale (Shostakovich ne sa qualcosa).

Un vero peccato perchè la sua musica ad un ascolto attento rivela una profondità timbrica e una architettura molto forte e piacevole. Nella sua musica si sente la scuola Russa tardo romantica anche se non in modo troppo forte, con accenni anche chiari verso il neoclassicismo soprattutto francese. Ecco da questo punto di vista Garuta è un’artista, a mio modo di vedere, che riesce a combinare questi 2 stili abbastanza lontani in una sintesi non solo proficua, ma molto coinvolgente sia emotivamente (romanticismo) che esteticamente (neoclassicismo).

La sua musica suona bene, scorre bene, non è pesante o difficile, ha la forza russa ma anche la leggerezza neoclassica francese. Vi presento i 4 preludi per pianoforte con un’ottima interpretazione di Armands Abols. Sono 4 per 9 minuti di coinvolgente ascolto, bellissimi per gli amanti del pianoforte neoclassico. In alcuni punti senti la leggerezza e la ricerca tonale di Debussy e in altri la dinamicità di Scriabin, il tutto perfettamente miscelato.

E poi, come secondo ascolto, dopo essersi rilassati con i preludi, il suo capolavoro, un pezzo in sé unico, che mette in difficoltà nel raccontarlo poichè esce dalle forme canoniche della composizione classica: Il Dievs, Tava Zeme Deg (Signore la tua terra brucia) che viene considerato, a mio parere a ragione, il suo capolavoro. Musica per organo e coro è una pezzo di chiara ricerca metafisica.

Per essere capito e apprezzato va ascoltato con la dovuta presenza e non come sottofondo sonoro mentre si fa altro. Non è un pezzo semplice, richiede una certa esperienza di ascolto. Armonicamente è molto intenso, il dialogo tra il coro e l’organo crea atmosfere a volte cupe a volte paradisiache. In esso si trovano delle atmosfere dei classici Requiem, ma anche i Carmini Burana di Orff o la musica per organo di Max Reger. Garuta è molto brava a non eccedere in queste ricerche pur andando a toccare panorami sonori di confine, quasi ipnotici.

La composizione è del ’43 quindi una Garuta matura ancora in forze fisicamente, nell’apice del suo percorso musicale. Tutto il brano vive in una dimensione metafisica precipua della Garuta, che è capace di darne una profondità emotiva, come di tensione verso il divino, ma sempre con grande equilibrio. Un vero peccato che una donna così dotata sia stata limitata dalla salute e dal regime comunista. Probabilmente la sua capacità creativa in un contesto più favorevole le avrebbe permesso di produrre molte più opere e sicuramente il fatto che sia stata una donna in una nazione minore non la ha aiutata nel promuovere la sua musica…E’ praticamente sconosciuta ma la sua musica è di livello indubbio…

Buon Ascolto e come sempre fatemi sapere le vostre impressioni sull’ascolto nei commenti.

PS: dimenticavo, ha fatto un concerto per pianforte assolutamente da ascoltare. Se amate Rachmaninov vi piacerà sicuramente.

Un CD per ascoltare Lucija Garuta: Music for Piano

un sito a lei dedicato

http://garuta.lv/en/

I Preludi

https://www.youtube.com/watch?v=PQxs4iuckMo

Dievs, Tava Zeme Deg

https://www.youtube.com/watch?v=rttecfu1NBQ

𝑳’𝑨𝒓𝒕𝒆 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝑻𝒆𝒎𝒑𝒊𝒐

“𝑆𝑒 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑎𝑙𝑙𝑖, 𝑠𝑎𝑙𝑖 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑛𝑡𝑎𝑔𝑛𝑎. 𝑆𝑒 𝑣𝑢𝑜𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑛𝑡𝑎𝑔𝑛𝑎, 𝑠𝑜𝑙𝑙𝑒𝑣𝑎𝑡𝑖 𝑓𝑖𝑛 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑛𝑢𝑣𝑜𝑙𝑎. 𝑀𝑎 𝑠𝑒 𝑣𝑢𝑜𝑖 𝑝𝑒𝑛𝑒𝑡𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑛𝑢𝑣𝑜𝑙𝑎, 𝑐ℎ𝑖𝑢𝑑𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑒 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎.” 𝐾ℎ𝑎𝑙𝑖𝑙 𝐺𝑖𝑏𝑟𝑎𝑛

Lampi di Luce condensata nel substrato materico. Potere creativo donato all’uomo per renderlo divino. Cosa è quell’atto, quel potere che rende l’uomo capace, oltre lo scenario del contemplato? Oltre lo sguardo di ciò che è. Oltre la legge e le declinazioni dello scorrere del tempo, dei gesti rituali, del mondo divoratore. Avere il dono di rendere quel che non è, rimodellare lo spirito in infinite forme, plasmare il corpo, il suono, il colore, l’intensità. Quest’atto unico, magico, lucido e istintivo rende l’uomo spettatore e canale di altro nello stesso istante. Un paradosso all’interno dello stesso divenire fenomenico. Guardando gli animali, le piante, la natura, il creato, non possiamo che restare affascinati nel contemplare la perfezione ed armonia di tale creazione.

Tuttavia tutto nel creato soggiace a regole, momenti e movimenti predeterminati, con cadenza e forze perfette che rendono il fluire della vita semplice, potente e spettacolare. La Mente che ha immaginato questo mondo si mostra tramite esso nella sua perfezione, poiché il frutto di tale immaginazione dimostra un’arte e capacità sublimi, con doti tecniche e artistiche non solo massime ma anche compenetrate in egual modo in una simbiosi e sintesi mirabile. Ma ecco che dentro questo panorama, questo spettacolo variopinto e senza fine, troviamo un essere, parte del disegno stesso, eppure, contemporaneamente, dotato di immaginazione attiva a sua volta. L’uomo. L’unico essere creato dotato di immaginazione. L’uomo quindi immagina, crea mondi dentro mondi preimmaginati da un’altra intelligenza. Scenari su scenari. Tramite l’umana immaginazione, ecco sorgere lo spettacolo dell’altro, del diverso, del controverso e dell’avverso rispetto a ciò che è, naturalmente in questo mondo.

Il Cosmico ci ha dato in dono questo suo potere. Potere smisurato. Il suo utilizzo non determina solo il nostro destino singolare, il destino dell’umanità intera, ma tramite la sua potenza, il destino dell’intero creato. Come questo sia possibile è un mistero…forse, e non dobbiamo escluderlo, è persino un inganno. Reputare che il nostro potere immaginifico sia in grado di mutare il panorama di quanto ci circonda è forse pura illusione. Come diceva Spinoza, nulla avviene senza la volontà di Dio. L’immaginazione umana all’interno dell’immaginazione divina a cosa porta? Forse alla sua radice in noi? Forse ci ricorda che non solo nello spirito, non solo nell’anima, ma anche nell’intelletto l’Essere Supremo alberga in noi e noi non siamo che suoi strumenti su tutti i livelli? È l’immaginazione quella parte divina che ci rende i veri spettatori dell’arte creatrice presente nel mondo?

Spettatori del bello, del giusto, dell’armonia, del Sacro, della volontà di potenza per ricongiungerci a Lui? Potremmo mai essere uomini senza il dono di immaginare? Simboli, concetti astratti, creazioni tecniche, arte, linguaggio, e molto altro… tutto sorge da un lampo iniziale posto nel fluire immaginifico. L’immaginazione rende l’uomo capace di astrarsi dal contingente, renderlo partecipe del puro intelletto, della sfera causale, prendere un’ispirazione dall’alto, trattenerla, meditarla e infine elaborarla secondo le proprie strutture e caratteristiche archetipali, per renderla concretamente prodotto finale del (e nel) proprio mondo. Ma immaginazione non è solo questo, non è solo corporificazione di un’intuizione superiore. Immaginazione è anche rielaborazione di un’esperienza, saper rimodellare in funzione di nuovi scenari, poter adattare o completare al fine di migliorare.

Immaginazione è generare pura fantasia al fine di godere del bello e dell’inconsueto, dello spettacolare, dello stupore, dell’emozione. Riprodurre momenti di semplice fantasia fine a sé stessi, per il puro godimento sensoriale, è un grande atto di immaginazione e nutrimento per l’anima. Immaginazione è tecnica mentale cristallina che focalizza il pensiero su un concetto e lo elabora e valuta dalle infinite prospettive per poterlo studiare e padroneggiare con maestria. I bambini sono i primi veri maestri di tale arte. Essi provenendo dalle dimensioni sottili, e novelli praticanti della materia, combinano il loro forte potere mentale immaginifico con questo nuovo strumento nei loro interminabili giochi creando dal nulla, con semplici oggetti, storie e racconti di cui partecipano con profonda immersione. Questo forte potere immaginifico è ancora libero, viscerale, senza regole o filtri, e la sua energia nutre i corpi sottili del bambino.

Crescendo l’immaginazione viene sempre più canalizzata e addomesticata in alcuni percorsi dove l’essere dimostra una particolare predisposizione e attenzione. È nostro compito fornire ai figli dell’umanità tutto quanto possibile per coltivare e ben dirigere la propria immaginazione. È tramite essa che un domani creeranno il loro mondo e, soprattutto, la loro visione di sé stessi e del loro vissuto. Un padre e una madre cardiaci non trascureranno mai questo aspetto dell’educazione dei propri figli.

Con l’immaginazione i grandi condottieri sono riusciti a muovere intere popolazioni, con l’immaginazione gli scienziati hanno trovato nuovi modelli e ristabilito i confini del sapere umano, con l’immaginazione i filosofi hanno codificato il linguaggio sempiterno dei miti e della vita, con l’immaginazione le arti tutte hanno nutrito intere generazioni, ininterrottamente, permettendo loro di elevarsi verso sfere e linguaggi sempre più sottili. Con l’immaginazione l’umanità intera ha compiuto i suoi passi attraverso l’oscurità e l’ignoto. Il mondo erotico trova terreno fertile nell’immaginazione per vivificarsi e rinnovarsi in una perenne rielaborazione ed amplificazione di un gesto in sé così semplice e naturale. L’eros è il luogo per antonomasia della fioritura della potenza immaginifica. Il toro seduto sul fuoco primordiale.

Energia terrestre allo stato puro, pronta ad essere diretta in molteplici potenzialità. Trasgressione, rottura del consolidato, magnetismo istintivo, tutto questo mondo dionisiaco erotico è tanto più potente quanto più l’immaginazione dei conviviali trova concretizzazione nella preparazione rituale e nel compimento cerimoniale dell’atto. È soprattutto tramite l’erotismo che l’immaginazione nella sua forma più semplice e viscerale trova sfogo nella maggior parte dell’umanità non abituata a coltivare questa forma divina, poiché è in questa sfera intima e magnetica che le regole e le imposizioni della società non riescono a penetrare facilmente.

La sua sfera energizzante è quindi il canale potente tramite il quale l’uomo comune, preda del suo istinto naturale, ritrova un contatto con questi fuochi e sfere superiori incomprensibili, sfuggenti, sacri, divini. Come ci ricorda Apuleio, a Psiche, amante di Eros, è vietato vedere il compagno, non può fare altro che immaginarlo nel buio dei loro incontri. Ma quando la sola immaginazione del volto di Eros non è più sufficiente, Psiche con una lampada d’olio accesa ne illumina il viso, cancellando il mistero, denudando e profanando il dio. Ecco che Eros, vola via lasciando Psiche affranta e impotente, poiché essa non è ancora pronta a padroneggiare tale visione divina senza il filtro dell’immaginazione.

Gli amanti si ricongiungeranno molto più tardi, quando Psiche sarà matura per godere di tale forza direttamente, avendo superato innumerevoli prove della vita che la renderanno capace di padroneggiare la visione del dio senza la necessità del filtro dell’immaginazione. Ecco che in questo mito l’immaginazione è un ponte, un passaggio intermedio tra l’anima che anela alla Luce e la Luce stessa nella sua forma più pura. Questa facoltà, l’immaginazione è propedeutica, maieutica, necessaria per arrivare alla Fonte Eterna.

Nel viaggio mistico quando l’uomo comincia a nutrirsi di percezioni sottili, quando comincia a sentire l’ultrasensibile, attraverso meditazioni, controllo delle emozioni, distacco dalle catene materiche, ecco che l’immaginazione si mostra in forme sempre più alte, poiché l’intelletto è puro e pronto a recepirle. Essa, come una compagna, prende per mano l’uomo per portarlo in mondi iperurani sconosciuti, lo vivifica dall’alto, gli mostra ciò che i suoi sensi non potranno mai donargli, con linguaggi nuovi e inesprimibili. Immaginare nel Sacro diviene quindi visione, realtà. Un linguaggio scenico incomunicabile e parimenti potente, che dona all’uomo nuovi panorami nel quale vivere e reperire energie e spazi di lucidità inaccessibili in altro modo.

Tramite questa sfera l’uomo modella il proprio mondo Sacro. Ecco che immaginazione è sorella di Morfeo. Essi sono le due strade maestre e parallele per comunicare sui diversi livelli dell’esperienza umana, al di là del noto, una nello stato di veglia, l’altro nel sonno. È l’immaginazione la liaison sottile tra il mondo del vissuto profano e il piano della Luce vivificante, è in quel contatto tutto il suo potere e il suo scopo. Ed essa, attivata ed attivante nel silenzio, traduce e rende fruibile l’ultrasensibile nell’intelletto dell’uomo predisposto verso tali linguaggi sottili. In questo mistico e artistica sono uguali. È questo il momento in cui l’essere adamitico sfiora il suo Dio. Immaginazione è andare oltre, è restare soli, immaginazione è contatto con la parte nascosta del tutto, è coraggio e pazzia. Pochi uomini curano quest’arte pericolosa. Pochi uomini la nutrono e la custodiscono.

Attardarsi in essa può portare alla pazzia. Eppure un suo bagliore vale più di mille vite vissute senza un anelito di magia. Attraverso la sua grazia l’uomo accede allo spirito primordiale, e diviene esso stesso demiurgo, capace di creare e modellare attivando la divinità latente. Nell’immaginazione rinnoveremo il nostro io. Nell’immaginazione troveremo il ritorno all’origine. Compagna dell’uomo silente, sei arte nascosta, custodita gelosamente dai viaggiatori dell’ignoto.

𝑳𝒂 𝑴𝒂𝒔𝒄𝒉𝒆𝒓𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒐 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒐

𝑳𝒐 𝑺𝒈𝒖𝒂𝒓𝒅𝒐 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒇𝒐𝒍𝒍𝒂.

Lo Sguardo nella Folla

Piccolo dolce essere.

Nel mondo nebuloso delle persone, vivi quasi trasparente.

In attimi che scorrono, vedo il silenzio di un’anima che si nutre di luce. Questi nostri rumori, non ti sono familiari.

Ma nelle pieghe del vibrare del tempo, senza volerlo, mostri grazia.

Una Grazia, dolce e calda.

E’ bastato uno sguardo tra noi, e il tempo si è fermato.

Forse non sai che farne, non sai che sia.

Ciò che appare, che vivifica il tuo essere, è dono raro.

Non posso aiutarti nella tua arte, l’ho compreso.

Lascia solo che tenga la tua mano ancora un istante. Anche solo in questo sguardo lontano. Prima che tu ti perda tra la folla per lasciarmi solo, nuovamente.

Solo e umano.

Addio dolce piccolo essere.

Grazie per questo incontro, per questo silenzio, in questo mare dalle infinite onde di tempo.


𝑃𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑖 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑡𝑖, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑖, 𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖…𝑚𝑎 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒.


Pensieri e Poesie Vol 1

Pensieri e Poesie Vol 1


I Nodi Gordiani

I Nodi Gordiani,

che ci affanniamo a voler sciogliere

con tecnica e amore.

A volte la spada Alessandrina

è l’unica risposta per andare oltre…

e non c’è molto da capire…

ma solo avere il coraggio di fare…


Afrodite e Adone

Adone nacque da Mirra. Quando, da una fenditura dell’albero, il piccolo Adone venne alla luce, le ninfe lo raccolsero commosse e lo nutrirono, allevandolo nelle grotte d’Arabia. Il fanciullo, crescendo, divenne bellissimo. Mentre cacciava in un bosco sacro, Afrodite lo vide e s’innamorò di lui, dimenticando Ares.
Ma il dio della guerra se ne accorse e decise di punire ferocemente il rivale. Si mutò in cinghiale, e indusse Adone ad inseguirlo; poi gli si rivoltò contro e lo sbranò. Adone lanciò un grido così alto che Afrodite lo udì e accorse trafelata. Lo trovò in un prato, già morto.
Il sangue macchiava l’erba attorno, e per volere della dea il corpo di Adone si trasformò in un anemone rosso come quel sangue.
Intanto l’anima scendeva agli inferi, dove regnava Persefone. Afrodite si recò a sua volta tra le ombre, per reclamare l’innamorato.
Ma Persefone si rifiutò di restituirlo, perché anche lei se ne era innamorata. Afrodite era una dea potente e cocciuta e non aveva nessuna intenzione di cedere, perciò restò nel regno dei morti protestando, mentre sulla terra, privata della sua presenza, tutto inaridiva.
Zeus risolse il caso senza far torto a nessuno: decise che Adone avrebbe trascorso alcuni mesi con Persefone, altri accanto ad Afrodite che si accontentò e tornò a fecondare la terra, in primavera. Al suo passaggio tornavano a fiorire le rose e gli anemoni.


La lacrima dell’angelo caduto

Un ricordo per l’uomo nella sua discesa materica.

Affinché il tormento della caduta

divenga energia vivificante per l’ascesa,

e così si compia la bellezza di quello sguardo acceso.

Rialzandosi l’angelo, dalla caduta ritrova il volo,

dal tormento la Pace e dalla lacrima, un sorriso…

o forse un Bacio.

Questo è il destino di noi, Angeli Caduti.



Fluire…

Fluire… come l’acqua.

Siamo adattabili, ci muoviamo nelle curve della vita…

Siamo morbidi e sinuosi.

Come l’acqua accettiamo…nulla può colpirci o spezzarci.

Come l’acqua trasparenti e sfuocati,

portiamo memoria ma non ne facciamo menzione.

Come l’acqua puliamo e mondiamo i nostri difetti,

smussiamo gli spigoli in silenzio, continuamente.

Come l’acqua nutriamo la terra e la facciamo germogliare.

Questo noi siamo…

entrando nell’abisso dell’elemento primordiale,

da cui tutto l’universo è scaturito.

Pensieri e Poesie Vol 1
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maschera filosofia

𝑳𝒂 𝑴𝒂𝒔𝒄𝒉𝒆𝒓𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒐 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒐

Osserviamo gli altri intorno a noi quando camminiamo in una strada di città: siamo circondati non tanto da corpi, quanto da volti in continuo movimento. Ci parlano, ci raccontano la loro vita. I volti hanno un’attrazione magnetica verso i nostri occhi, prendere la loro energia, captarla anche se per pochi secondi, ci rende partecipi di un racconto. Un volto una storia, una storia un universo…e così 1000 universi a nostra disposizione. Tuttavia la storia dei volti e della loro rappresentazione, in quanto maschere ha sempre avuto modalità ben strutturate nel nostro mondo…

𝗠𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮 𝗥𝘂𝗼𝗹𝗶 𝗲 𝗔𝗿𝘁𝗲

Nei ritratti, fino al ‘900, il volto doveva essere riprodotto con la miglior perfezione e fedeltà possibile. Poi a partire dai primi decenni del 20° Sec la strada cambia: il volto non è più realismo della persona, che è al centro del proprio universo percettivo, ma diviene altro, metafora, modello e mezzo interpretativo sia per l’artista che per lo spettatore. Il volto diviene esplicitamente maschera e la maschera ci parla d’altro. Così abbiamo l’Urlo di Munch con tutta la sua angoscia esistenziale, l’Autoritratto di Ensor con l’unico volto umano del pittore su un sottofondo di maschere non solo macabre e grottesche ma anche dalle orbite vuote…chiara critica verso una civiltà deforme e vuota.

O i famosi dipinti surreali di Magritte dove il volto non viene mai contestualizzato, quasi a voler dire che nella dimensione rappresentativa l’essere sfugge ogni definizione e delineamento. In tutti questi nuovi linguaggi, la maschera del volto assume connotati nuovi. Se prima le maschere dei ruoli erano un dato di fatto necessario e imprescindibile, parte stessa della vita sociale, a partire da questo momento storico, dove la stessa realtà viene messa in discussione così come è percepita persino dalla scienza con la relatività e la fisica quantistica, il volto e la maschera divengono oggetto di studio e di analisi non più solo sociale e strumentale, ma anche interiore e personale, un viaggio analitico e riflessivo dell’essere in questa dimensione…

𝗠𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼

Il volto diviene quindi specchio dell’anima, più degli occhi stessi. E come tale, il volto, necessita di protezione attraverso una maschera, per proteggere ciò che mostra: l’espressione del viso è dunque il vero mezzo di comunicazione tra l’individuo e il mondo: se però il volto viene coperto, falsato, mascherato, il contatto con la realtà si perde e l’anima rimane dietro e quindi protetta. Abbiamo sempre saputo, fin quasi da bambini, che per vivere bene nel mondo, è importante avere delle maschere di protezione e di convenzione. Queste maschere non solo ci permettono di apparire come gli altri vogliono, come si aspettano che noi dobbiamo essere, come l’etichetta sociale o famigliare impone…

Le maschere sono anche un linguaggio convenzionale tra uomini che appartengono a diversi clan, e che attraverso tali clan, si mostrano al mondo degli altri clan. Il clan dei dark, degli artisti, dei lavoratori in giacca e cravatta, il clan dei solitari, il clan dei contestatori, degli sportivi e così via, ove ognuno può trovare la propria zona di comfort per sentirsi pari fra pari e avere un luogo di protezione dal duro mondo che lo circonda con dinamiche estranee che l’essere a volte non comprende, altre volte finge di non comprendere ed altre ancora non vuole comprendere.

Tutte queste maschere sono l’interfaccia comunicativa e protettiva entro il quale l’essere, caricato il programma del caso, è pronto ad interagire e comportarsi come concordato. Un mondo facile e perfetto, predefinito, codificato, ottimamente strutturato per far si che tutta la comunità, crocevia e incontro tra i vari clan, si possa muovere armonicamente in un sistema di predizione e prevedibilità facile e consueto. Il tutto è rassicurante, ovattatamente semplice, invitante e poco dispendioso.

Nessuna sorpresa, nessun turbamento, nessuna storia da dover scrivere ogni volta. Una certezza, forse alienante o cortocircuitale nel quale a lungo andare l’emozione potrebbe spegnersi interiormente senza quasi neanche rendersene conto. Del resto Persona in latino significa proprio maschera. Ecco quindi anche le maschere di carnevale con la loro tradizione caratteristica simbolica per ogni archetipo umano, ci parlano delle nostre stesse “persone” ridicolizzandole, iperbolizzando i nostri atteggiamenti. O le maschere veneziane che hanno una funzione proprio catalizzatrice: attraverso esse il volto è coperto finalmente, e l’anima protetta è quindi libera di esprimersi senza timori e di mostrarsi per ciò che è e vuole-desidera fare nel mondo materico…

𝗠𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝗴𝗮𝗻𝗻𝗼

Ma fino a che punto l’uomo rimane consapevole di tutti questi innumerevoli diversi volti-maschere che indossa ad ogni diversa occasione e circostanza? Fino a che punto l’uomo dopo anni di utilizzo di tali maschere è in grado di dire senza alcun timore: “posso fare senza”? Questa è la domanda da farsi la sera, davanti al proprio specchio…Le maschere sono mezzi, strumenti, stratagemmi sociali, mezzi di sopravvivenza… ma a che costo? Fino a che punto tali maschere ci permettono di vivere, e fino a che punto ci soffocano? E’ questa la domanda.

Può un artifizio di comodo, ucciderci lentamente? Atrofizzare il nostro stato immaginifico e emotivo? Quando indossarla e quando no? Quando essere autentici e quando essere altro da noi? Questa questione ha tante risposte quanti sono i diversi momenti della nostra vita. Si può forse, imparando ad ascoltare il proprio maestro interiore, capire la cosa giusta; forse non è impossibile. I momenti chiave, quelli importanti, nei quali bisogna essere autentici, veri, pronti all’ignoto, bussano alla porta del nostro destino spesso in modo chiaro. Non sentire questo flusso è essere già un po’ morti.

L’uomo vivo interiormente, l’uomo che sente la propria vita chiaramente, capisce quando posare la maschera e tornare ad essere se stesso, perché la situazione è lì, a chiamarti per nome, è li ad emozionarti come prima, è lì a dirti che questa scelta che devi compiere “ora” cambierà il tuo destino. E spesso non serve solo presenza di spirito, lucidità e consapevolezza, questo è il requisito primario ma non sufficiente. Dobbiamo anche essere dotati di forza, forza vitale, richiamo di vita. Perché togliere la maschera e mostrarsi nudi davanti ai venti della vita, alla responsabilità delle proprie decisioni, richiede forza, fiducia, capacità di immergersi nel fiume della vita. E’ spesso questa la sfida più importante da fronteggiare…trovare la forza dentro di noi per aprirci e denudarsi…

𝗠𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮 𝗼 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗮𝘁𝘁𝗼

Andiamo un attimo più in profondità. La maschera proteggendoci ci scollega emotivamente e vitalmente dal resto della struttura universale. Taglia le sinapsi, blocca il fluire degli umori. Questa maschera è protezione da una parte ma morte emotiva dall’altra. Ecco perché attardarsi troppo in esse è rischioso per la vita, per la nostra consapevolezza. Non è un male in se, usare le maschere.

E’ un male usarle sempre, nascondersi ininterrottamente. La vita non può essere vissuta proteggendosi sempre, bisogna mettersi in gioco, altrimenti essa muore. E a lungo andare l’essere potrebbe ritrovarsi a vivere in una eterna finzione. Quante persone, nei nostri ricordi di bambini, gioiose e vive per poi rivederle molti anni dopo tramutate in “macchine organiche” che alla fine hanno fagocitato l’essere emotivo stesso? Ricordiamoci, non c’è gioia senza sofferenza, stupore senza noia, desiderio senza rigetto, allegria senza rabbia, questo è il percorso nel nostro mondo materiale.

Non vivere queste emozioni, nelle loro accezioni negative, non ci permetterà quindi di sperimentare e capire in quelle positive quando questi arriveranno. La mancanza del buio non ci farà riconoscere la luce. Una mancanza del rumore non ci dirà quando saremo nel silenzio. La mancanza dell’odore non ci farà percepire la bellezza di una fragranza profumata. Siamo esseri duali, e come tali dobbiamo abbracciare entrambi i lati della vita. Questa è la regola per chi vuole vivere immerso nel mondo e abbracciarlo nella sua totalità, non vi può essere altra via. Saper riconoscere i giusti tempi delle maschere… questa la sfida più sottile quando si maneggiano.

Sa l’essere riconoscere tutte le maschere che indossa? Sa capire quando ne sta usando una, quando è scoperto, quando la cambia in un’altra? Quando le modifica, le riprende, le butta per sempre? Perché se non c’è niente di male nell’usare una maschera quando si interagisce con gli altri, il vero rischio che l’uomo deve evitare è rientrare nel proprio castello la sera, sedersi davanti allo specchio e non vedere che il volto di fronte a sé, è ancora una maschera e non il vero viso. Spesso alcune maschere hanno velate funzioni positive, propedeutiche, necessarie, ma nonostante i buoni propositi, riusciamo a scollegarle quando esse non sono più necessarie? Quando dobbiamo collegarci col nostro seme centrale? Quando dobbiamo ricollegarci alla sorgente? O dimentichiamo? Forse diventiamo pigri?.

𝗟𝗮 𝗩𝗲𝗿𝗮 𝗠𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮: 𝗹𝗮 𝗠𝗮𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗮 𝗜𝗻𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝗿e

Davanti allo specchio devi vedere il tuo volto nudo, coi suoi difetti, le sue cicatrici, persino le sue bruttezze e umane debolezze. Ma devi vederti… se vuoi essere vivo. Troppi uomini dimenticano questa semplice regola e giorno dopo giorno una maschera li ghermisce, lentamente. Diventano preda, strumento di quella maschera. Senza di essa si sentono vuoti, senza forza, senza uno scopo. La maschera come un acido interiore li corrode, li consuma nella forza vitale. Ecco la vera maschera di cui avere timore, non le centinaia che indossiamo ogni giorno. La maschera interna, quella che si cela alla nostra vista, quella che non vediamo allo specchio.

La maschera che ci dice: “Io sono il tuo volto, sono la tua realtà, i tuoi pensieri, la tua strada”, essa ci porterà alla perdizione. Essa è il peggior nemico, poiché è dentro di noi facendoci credere di essere parte di noi, che lei è noi stessi. La maschera interna ghermendoci ci illude, ci promette serenità, agiatezza, una vita facile e scorrevole. Ci inganna continuamente mostrandoci un essere più bello, più forte, più integrato. Ci mostra un mondo attraverso una lente modificante, distorcendo la realtà per una fruizione all’apparenza più facile. Questa distorsione interiore ci disallinea dai nostri desideri, dalle nostre volontà, dalle reali necessità, ci mostra ciò che è in modo solo apparente, ci preconfeziona il tutto come in un fast food, un cibo dallo stesso sapore in modo veloce e meccanico.

Il “conosci te stesso” delfico è partire innanzitutto dal volersi riconoscere, dal volersi denudare allo specchio: riconoscere il nostro vero volto fra le molte “persone” indossate ogni giorno, in particolare quella interna, questo è il primo passo necessario al Nosce Te Ipsum.

Questo atto di volontà è sempre unito ad una particolare consapevolezza. Ci vuole una forte motivazione per avvicinarsi a questo scomodo altare, nell’oscurità delle nostre stanze interne, ed essere pronti a sacrificare il nostro miglior agnello su questo altare. Senza questo primo passo, incontrare la nostra autenticità nel viaggio dentro il riflesso di quello specchio, è cosa vana, atto incompiuto e sterile. Dopo anni di vita vissuti su una strada, che riconosciamo essere non autentica, riuscire ad ammettere di avere questa maschera interna, riuscire a trovarla, riconoscerla, accettare di dover ricominciare su alcuni aspetti della nostra vita, è puro atto eroico. Questo è il vero atto eroico del “conosci te stesso”.

Questo il vero lavoro sulle maschere e persone che impersonifichiamo. Essere sinceri con noi stessi, riconoscendo di essersi persi, lavorare per toglierle con un lento e costante lavoro, vincere queste sfide interiori ogni giorno, avere il coraggio di guardarsi indietro, riconoscendo gli errori e spesso il tempo trascorso, è l’atto eroico che l’uomo di consapevolezza deve fare per se stesso. E’ questo il vero gesto di forza pura, luminosa per tornare al bambino felice di vivere, all’apertura nel dolce interno. Togliere la maschera interna è ritorno alla vita con tutti i suoi colori, le sue emozioni, le sue sfumature, è il risveglio al flusso incessante dell’universo, tornare a sentire il ritmo della vita che ti pervade, che ti vivifica, che ti porta prima in alto e poi in basso, risentire il cuore pulsare realmente, il suo battito, nel bene e nel male.

Maschere, Persone, Ruoli, Linguaggi… siamo una moltitudine di io, trovare il nostro centro in questo vortice è l’arte del guerriero…

Tocco delle Ali Anima

𝑰𝒍 𝒕𝒐𝒄𝒄𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒂𝒍𝒊

Aria. Vi sono esseri che vivono leggeri, nell’aria…nell’etere, vicino al Sole. Esseri leggeri, riescono a volare… Quale dono fa volare un essere per librarsi sopra l’eterna forza materica?

Ci sono sempre state anime, nel corso del tempo che, in modo naturale, sono riuscite ad aprire le ali e staccarsi dal mondo degli umani. Nessuno glielo ha insegnato, un giorno senza neanche sapere il perché, hanno sentito quel dono prezioso. Hanno sentito le ali e aperto il volo per entrare in nuovi spazi, in nuove ottave, fino a poco prima sconosciute.

È questo un percorso animico, ancora prima che di vita, forse ineluttabile. Perché non sono le sofferenze, non sono i dolori e neanche le mancanze o le privazioni a donarti le ali. È una grazia interiore, silente, impercettibile, che si sviluppa tramite una forza soggiacente che penetra l’essere e lentamente lo tramuta in qualcosa di nuovo, di diverso.

Vi è, in realtà, un tempo per essere uomo, e un tempo per essere volo. Questo tempo, quello del volo, è un istante esterno, che ci viene a trovare per insegnarci il nuovo.

Non a tutti è concessa questa opportunità, ad alcuni sarà preclusa per tutta la vita, una vita rivolta sempre verso il basso e il vicino.

Ma coloro che levano lo sguardo oltre, coloro che ammirano in solitudine e in silenzio, questi osano vedere l’alba e il tramonto non concessi; per essi il tempo si prepara. Non si può dire se scegliendo o no, essi vivono nell’orizzonte, per lungo tempo; prima lentamente, poi sempre più profondamente, tra cielo e terra, nel confine tra i 2 regni. Partecipano di entrambi e tramite il proprio templum interiore, forgiano nei propri corpi gli spazi sacri del cielo e della terra, delimitandone le 4 aree come facevano anticamente gli Auspicanti. È in questo percorso che le ali si formano e si preparano per un domani ove aprendosi porteranno la sensibilità nascosta e risvegliata oltre l’orizzonte, nelle sfere lucenti.

Non vi può essere questo percorso se l’essere non possiede il dono della sensibile percezione. Questo dono è una fiamma che va protetta e coltivata all’interno del proprio Sanctum. Una Luce interna divina che un giorno, quando l’essere sarà pronto, sarà prodiga di doni infiniti.

Questa Luce è una sensibilità naturale. La sensibilità che permette di penetrare nel cuore delle cose, direttamente, in modo semplice, cardiaco, intuitivo. La sensibilità che mostra le differenze sostanziali nelle situazioni e permette di capirne i fulcri e le dinamiche comprendendo il messaggio e le potenze poste in esse. Sensibilità…una potente musa ispiratrice, essa dà accesso ad infinte potenzialità percettive…al bello… alla poesia… alla magia… alle sfumature nei colori, nei suoni, nei sapori, nelle forme, negli spazi, nel tocco di un corpo desiderato nel buio di un amore. Essa mostra il nascosto, il sottile, l’impercettibile, svela il segreto mistico. Amplifica la percezione, la espande, la rende chiara e fruibile su tutti i piani. Dove l’uomo comune vive forma e materia e poco altro, l’uomo sensibile vede armonia e vibrazione, vede richiamo, vede energia, vede luce, vede un immenso oceano di infinte onde susseguirsi ininterrottamente.

La sensibilità di spirito è la porta al segreto nascosto delle cose create. Essa percepisce non solo gli archetipi formanti delle cose, ma le loro stesse forze e qualità e destinazioni. Attraverso questo percepire l’utilizzo del mondo e degli strumenti è maestria, bilanciamento, armonia, e l’uomo così dotato, diviene esempio e luce per altri compagni che ne percepiscono intuitivamente la facoltà sottile per poterla risvegliare in loro stessi, se provvisti del Lume interno in sufficiente quantità.

In un Rito, Sacro o profano non importa, potrete trovare le sensibilità dei partecipanti semplicemente nelle piccole cose…dalla loro attenzione nello sguardo, dal tono della voce, dal senso del tempo nel parlare e nel movimento, dalla grazia della presenza, dalla scelta dei vestiti appropriati. È nel rito codificato e ripetuto che la sensibilità, contrariamente alle apparenze, si palesa meglio negli uomini, poiché in esso l’essere può esprimersi solo attraverso poche forme di comunicazione sottili, e lascia al resto della liturgia gli elementi più grossolani e appariscenti. Notate questi dettagli nei riti dei vostri vicini e capirete.

Nel rito ripetuto la persona sensibile salirà a spirale mostrando nel tempo sempre più grazia, più profondità, più comprensione, avrà una percezione del tempo dilatata e il suo corpo emanerà un’aurea stabile e luminosa. Contrariamente l’uomo non provvisto di tale dono si sentirà costretto, cupo, legato, e sentirà sempre più mancargli l’aria e lo spazio…troverà scuse per mancare e alla fine scomparirà dalla scena.

Ecco le 2 spirali, ove una si innalza verso un Luce sempre più rarefatta e penetrante e l’altra nella compressione e condensazione insostenibile.

Nel procedere della vita, l’uomo comune si soffermerà sugli aspetti esteriori, i dettagli insignificanti, le regole dettate, studierà infiniti libri per cercare di afferrare e trattenere e renderà l’atto e la conoscenza, qualsiasi essi siano, frutto di un indottrinamento pesante e sovrastrutturato, darà priorità agli aspetti primi e materiali e amerà correre sulla superficie. Dall’altro lato, l’uomo sensibile sarà guidato dalla ricerca dello spirito, del bello, comminerà lento e così potrà esplorare le profondità delle sue terre, avrà atteggiamento silenzioso e calmo, uno studio più intuitivo e diretto, strutturato in modo leggero, sentirà naturalmente la cosa da farsi, arriverà alla comprensione nell’esecuzione stessa del gesto, percepirà sensibilmente l’armonizzazione nelle diverse situazioni ed ambienti adattandosi ad esse naturalmente, eviterà gli scontri e sarà poco appariscente.

Questo volo, volo leggero, vive l’uomo sensibile rendendolo particolare.

Una particolarità che è difficilmente esprimibile verso chi non ha gli strumenti per viverla. Nel rito del tè, ad esempio, egli non si preoccupa tanto del tipo di te, non cerca la teiera dal materiale perfetto. Non studia libri o ordina i migliori te dall’altra parte del mondo. Non compie forzati gesti decodificati o calcola con precisione i tempi di infusione. Nel rito del te, l’uomo sensibile, fa fluire il tutto con estrema semplicità e naturalezza come un bambino che gioca. Compie poiché sa, intuitivamente. Semplicemente preparando e bevendo il tè, si ricollega ai suoi momenti dello stesso fare. Bevendone, ritrova i propri io, passati e futuri che, insieme a lui, in quello stesso istante, stanno preparando e bevendo una tazza di tè. In modo intuitivo si armonizza con essi, tramite le sensazioni, gli odori, i profumi, i rumori, i gesti, persino i calori.

Questa armonizzazione permette l’unione magica con ciò che egli è, è stato e sarà nel circolo del tempo, e tutti insieme possono allora godere e vivere quella sensazione, indefinita ma viva e presente, fuori del tempo e dallo spazio. In quell’istante la cosa più intensa e finale non è tanto il percepire del sapore del tè, il suo calore o il tocco della tazza.

Tutt’altro, questo è solo un tramite, un espediente, un accesso per andare oltre, più in profondità…l’uomo sensibile non si ferma a quel livello. La sensazione più pura a cui egli giunge è il percepire silente ed intimo che lo sta ricollegando ad un momento di eterno presente che gli appartiene unicamente… ricollegandosi al passato e al futuro, agli altri suoi io, attraverso gli stessi gesti, lo stesso rito, lo stesso fluire del corpo e della materia. Questa magia, questa sensazione inesprimibile, calda, intensa, questa poesia del movimento e del sentire è il “tocco delle ali”.

Collegato egli partecipa dell’oltre. Al di là dell’orizzonte, egli vola oltre.

Si impara a farlo nella ritualità dei nostri piccoli amori nascosti. Il tè, scrivere, camminare, guardare il tramonto, suonare, danzare o altri 1000 riti che l’uomo quotidianamente reinventa per entrare in questi spazi magici…così insignificanti, eppure così densi e vivificanti.

Ed ecco, quando le ali si aprono, in quel giorno indefinito della vita, entrando nel tuo rito, senza saperlo ne scopri la presenza, ed esse toccandoti, ti porteranno in questi spazi inespressi; ne vivrai le bellezze, pienamente, gioiosamente, senza poter esprimere a nessuno questa tua magia. È cosa intima e personale. Queste ali ti daranno la visione di ciò che è il cuore della vita. La magia delle pieghe nascoste della vita. Queste ali diventeranno da quel giorno tue servitrici, e vi potrai tornare sempre, ogni volta che ne vorrai, coi tuoi riti segreti. Sono un dono per sempre in questa vita. Ricordalo, e la sensibilità che ti porterà in queste terre, la tua sensibilità farà aprire le tue ali.

Sensibilità. Bisogna proteggerla, curarla, ascoltarla… Bisogna accudirla e amarla, ma forse pure così potrebbe non bastare, poiché essa è un dono tanto sottile quanto impossibile da imbrigliare. Molti la perdono nel cammino… poco ascolto di sé stessi, paura ad aprirsi, troppi giudizi, troppa durezza, mancanza di perdono…sono tanti i motivi. Ma per chi ha fortuna e grazia, essa rimane e non muore. Si può solo lasciarla risvegliare quando, teneramente, si mostra alla porta del corpo. Una leggera vibrazione parte dal cuore per attraversare tutto il corpo, una vibrazione vivificante. Sorge in modo dolce, ma se si è silenti la si sentirà. Questa vibrazione è il dispiego delle nostre ali, allora siamo pronti. Chiudendo gli occhi, potremo entrare in questo universo e muoverci in esso come aironi verso l’orizzonte del nostro tempo interiore.

Ecco il dono che non possiamo raccontare ma solo vivere, in un semplice momento…il tocco delle ali.

Siatene custodi, custodi attenti.

L’airone apre le ali e vola verso l’orizzonte

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